Il mito degli Atridi è, per sua natura, il più formidabile scavo archeologico che la cultura occidentale possieda sulle nevrosi della stirpe. Quando il dramma antico si spoglia della distanza temporale e si fa carne contemporane, come accaduto a Roma sul palco del Teatro Quirino con l’opera Ghenos, L’Eredità dei Padri, scritta e diretta da Joyce Conte la tragedia di Oreste, Agamennone e Clitemnestra smette di essere un racconto di dèi e re per tramutarsi in una seduta analitica collettiva, feroce e allucinata.

Nel dramma di Conte, i figli si ritrovano attorno a un banchetto funebre claustrofobico dove i piatti serviti non sono cibo, ma i peccati, le aberrazioni e i traumi non digeriti dei genitori. Dal punto di vista psicoanalitico, questa tavola imbandita rappresenta visivamente il concetto di trasmissione transgenerazionale del trauma: la condanna psicologica per cui i figli sono costretti a “incorporare” e metabolizzare i conflitti irrisolti delle generazioni precedenti. 
Il “Banchetto di Sangue” e la Cripta Psichica
Nella teoria psicoanalitica (in particolare negli studi di Nicolas Abraham e Maria Torok), quando un trauma genitoriale non viene elaborato né verbalizzato, si trasforma in un “fantasma” che va ad abitare una cripta all’interno dell’io del figlio. In Ghenos la presenza fisica dello spettro di Ifigenia al tavolo dei fratelli (Oreste, Elettra, Crisotemi) incarna esattamente questo fantasma psichico.

Il legame primordiale e infernale della stirpe si gioca su tre polarità distruttive: Agamennone (Il Padre Terribile e la Legge violata) Non è semplicemente il re ucciso, ma l’incarnazione di una legge paterna che per pura ambizione (il potere, la guerra) ha sacrificato la carne della propria carne (Ifigenia). Psicoanaliticamente, il padre che dovrebbe introdurre il figlio alla vita e alla cultura ne sancisce, invece, la distruzione originaria.
Clitemnestra (La Madre Divorante e il Matriarcato Arcaico), Clitemnestra non uccide Agamennone solo per vendicare la figlia, ma per spezzare il giogo del maschile. Nel farlo, però, si trasforma in una figura fagocitante. È la madre arcaica, manipolatrice, che satura lo spazio psichico dei figli impedendo loro qualsiasi percorso di individuazione. 
Oreste (Il Sintomo della Stirpe), Oreste ( interpretato da Joyce Conte è il figlio incastrato nel paradosso biologico e morale. Per vendicare il padre deve uccidere la madre, commettendo il crimine biologico più innaturale. Egli è il braccio esecutivo di una coazione a ripetere che non ha scelto.

Il cinema ha spesso esplorato questa prigione psichica inconscia, utilizzando la lente del mito per raccontare il collasso della mente conscia di fronte al peso del ghenos.
Se pensiamo alla claustrofobia e all’allucinazione che caratterizzano il banchetto di Joyce Conte, il legame con l’Edipo Re del 1967 e i frammenti del Appunti per un’Orestiade africana (1970) di Pier Paolo Pasolini appare immediato. 
Pasolini filma il mito greco non come una ricostruzione storica, ma come l’irruzione del magico, dell’arcaico e dell’irrazionale che l’uomo moderno tenta disperatamente di rimuovere. Le Furie che perseguitano Oreste nel mito non sono che la proiezione visiva di un Super-Io sadico e persecutorio, lo stesso che abita le allucinazioni dei figli sul palco del Quirino.
La ferocia manipolatoria di Clitemnestra ( quante madri nel personaggio bene interpretato da Marta Bifano) e la deviazione dei legami di sangue trovano invece una perfetta eco estetica in “Medea” (1969), sempre di Pasolini,
o, per spostarsi su binari psicologici più moderni e disturbanti, nel cinema di Yorgos Lanthimos.
In “Il sacrificio del cervo sacro”( The Killing of a Sacred Deer 2017), il regista greco riprende direttamente il mito dell’Ifigenia in Aulide (il cui sacrificio da parte di Agamennone scatenò la furia di Clitemnestra). Nel film, la colpa passata di un padre (un errore chirurgico fatale) ricade misteriosamente come una paralisi psicosomatica sui figli. La dinamica lanthimiana della colpa trasmessa per via biologica e l’impossibilità di sfuggire a un destino punitivo ricalcano perfettamente quel “vincolo infernale” espresso dalla regia di Conte.

Infine, l’impossibilità di elaborare il lutto e l’eredità marcescente dei genitori richiama la discesa negli inferi psichici di “Hereditary – Le radici del male” (2018) di Ari Aster. Anche qui, il termine “ereditario” si spoglia della genetica clinica per farsi condanna spirituale e mentale: i figli pagano le aberrazioni e i patti innominabili stipulati da una madre e da una nonna despote, muovendosi come marionette all’interno di una tragedia familiare che non può spezzare il suo ciclo.

La Generazione Tradita e la Parola Recisa
La forza contemporanea dell’operazione teatrale risiede nel vedere in Micene lo specchio di una società odierna “senza più maestri”. Dal punto di vista della psicoanalisi sociale, l’uccisione di Agamennone e la successiva macellazione di Clitemnestra rappresentano il fallimento della transizione edipica: il padre non protegge, la madre non accoglie, e i figli si ritrovano immobilizzati in una cella di pessimismo e rabbia.
Nel dramma antico, la salvezza di Oreste arrivava grazie all’introduzione del Tribunale dell’Areopago da parte di Atena: la giustizia della *polis* (la parola, la legge condivisa) sostituiva la catena infinita della vendetta di sangue (lex talionis). Ma nel nostro presente, e nell’allucinazione claustrofobica di Ghenos, questo sbocco catartico sembra precluso. I giovani attori sul palco danno voce a una gioventù schiacciata da responsabilità non sue, costretta a “divorare” il collasso ambientale, sociale e valoriale ereditato dai propri padri.
Senza una Legge terza capace di arbitrare il conflitto, i figli rimangono intrappolati nella ripetizione del trauma, condannati a scambiarsi maschere e ruoli in un eterno, indigeribile banchetto di spettri.
(articolo a firma di Claudio Caruselli e di Danilo Moncada Zarbo di Monforte)























